Una questione di democrazia

Scritto da Giuseppe Berretta alle 17:32 del 29 aprile 2009 •

Ricevo e pubblico assai volentieri questo intervento di Vincenzo Maodda.

Il 25 Aprile appena trascorso è stato contraddistinto da un’insolita inquietudine.
In effetti, i meriti della Resistenza, la cultura politica e gli assetti istituzionali dell’Italia del dopoguerra sono sempre più spesso oggetto di revisionismi, di commenti critici ed atteggiamenti d’insofferenza tali da far apparire la nostra Costituzione una sorta di “residuato bellico”. Da alcuni anni, peraltro, in modo strisciante, come nella peggiore tradizione politica italiana, nel disorientamento generato da un clima di annunci, smentite ed arroganti forzature istituzionali (abuso di decreti legge, svilimento del Parlamento…), si sta consumando una netta alterazione del nostro assetto istituzionale.

Infine, la recente formazione del Popolo Della Libertà e le elezioni del 2008, con l’esordio del Partito Democratico e la forte affermazione della Lega Nord, hanno sancito un profondo mutamento dell’offerta politica nel nostro Paese, segnando un punto di svolta più o meno distante rispetto alle concezioni delle forze politiche (Pci, Dc, Pli) costituenti del nostro sistema democratico.

Mai come quest’anno, pertanto, la condivisione dei momenti fondativi della nostra Repubblica non è scontata ma sottoposta a verifica e, considerando che i partiti più legati al dopoguerra per la prima volta sono pressoché assenti dal Parlamento, si ha la percezione che le forzature e le pressioni verso un diverso equilibrio dei poteri dello Stato non si limitino più ad una semplice revisione di alcuni singoli istituti ma propendano verso uno stravolgimento della Costituzione nel suo complesso ed in particolare di quella civiltà politica disegnata nella sua Prima Parte.

La nascita del Pdl e l’osmosi politica avviata nell’area del centro-destra, infatti, definiscono uno spazio ideologico nel quale la democrazia è concepita prevalentemente nei suoi aspetti “formali” ovvero quale pratica di legittimazione del potere di uno Stato autorevole e minimale.

Uno Stato autorevole e decisionista, secondo un’esigenza tradizionalmente di destra ma anche secondo una mentalità dirigista di impresa, è uno Stato che privilegia gli organi esecutivi, semplificando ed accentrando i processi decisionali.

Nei governi di centro-destra, in effetti, si assiste puntualmente a pretese e ad atteggiamenti tipici di un premierato ( cioè di un regime che accentua le prerogative del capo del governo) che mettono in frizione il sistema parlamentare vigente (in assenza di una riforma costituzionale che adegui la ripartizione dei poteri e dei contro-poteri di controllo e garanzia), contrapponendo alla carente legittimità costituzionale dei suddetti atteggiamenti una pretesa prevalenza della legittimità popolare determinata da un forte consenso elettorale, secondo una concezione di democrazia plebiscitaria.

Sul versante opposto, le primarie, le aperture alla società civile, il confronto tra laici e cattolici, del Partito Democratico, esprimono invece un’idea di democrazia molto diversa: partecipativa, diffusa (e non accentrata in pochi organi decisionali) aperta e quindi dialettica, in cui il concorso di più soggetti nei processi decisionali è considerato un valore in sé e non un intralcio.

Sebbene, quindi, anche il Pd condivida le esigenze di ammodernamento del sistema istituzionale per una capacità di governo più reattiva ed efficiente, la forza e l’autorevolezza dello Stato si vuole che scaturiscano piuttosto dal consenso plurale delle sue istituzioni e leggi. Un rafforzamento dell’esecutivo, pertanto, non può prescindere da un Parlamento e da organi e procedure di controllo ad esso adeguati, in una riforma costituzionale condivisa dal maggior numero di soggetti politici ancor prima che dal maggior consenso popolare.

Secondo tale concezione, infatti, la legittimità costituzionale garantisce le minoranze politiche dal dispotismo di qualsiasi maggioranza elettorale e non può essere adombrata dalla legittimità popolare perché ne rappresenta esattamente il suo limite, il suo contrappeso essenziale per una democrazia effettiva.

Ma le distinzioni tra Pdl e Pd non si limitano alle suddette inclinazioni di fondo nel modo di concepire il sistema istituzionale di una democrazia; rispetto in particolare alla Prima Parte della nostra Costituzione, è evidente infatti il disagio concettuale se non l’estraneità della concezione neo-liberista del Pdl di “Stato minimale”.

Nel Pdl, per quanto con svariate opportunistiche deviazioni (l’annacquamento del falso in bilancio, l’oligopolio tv, etc…), lo Stato minimale di concezione neo-liberista è lo Stato delle deregulations, ovvero in profonda ritirata dall’economia e dalla società civile, nell’assunto ideologico che ogni ingerenza pubblica in tali ambiti è un’usurpazione della loro libertà ed una dannosa distorsione dei loro naturali meccanismi di efficiente equilibrio e regolazione.

Occupandosi di sicurezza, ordine pubblico, giustizia ed altri servizi “infrastrutturali” al sistema economico, il prelievo fiscale dello Stato, ridotto all’essenziale, si giustifica come una sorta di costo corrispettivo delle prestazioni svolte; oltre tale misura ostacolerebbe l’accumulo di capitale motore dell’economia e quindi della ricchezza del Paese.

Nella nostra Carta Fondamentale invece si configura uno Stato tutt’altro che “minimale”.

L’art. 53 della Costituzione stabilisce che il sistema tributario debba essere progressivo, cioè all’accumulo di capitale non si richiede solo una funzione economica ma anche un maggior contributo alle spese pubbliche, in adempimento “dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art.2).

L’ingerenza pubblica nell’economia viene esplicitamente prevista, al fine di garantire una “funzione sociale” ed un “interesse generale” (interpretati nel tempo dal legislatore ordinario), con azioni di indirizzo dell’iniziativa economica (art.41), di limitazione della proprietà privata (art. 42 e 44) e addirittura con attività d’impresa pubblica (art.43).

L’art. 36 della Costituzione interviene perfino nell’ambito del mercato del lavoro, stabilendo un limite, quello sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa, al di sotto del quale la libera determinazione delle retribuzioni.non può andare.

La nostra Carta, infatti, afferma che il lavoro non può essere considerato una merce ma costituisce un valore, così alto che l’art.1 recita che “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, in quanto attività attraverso la quale “ciascun individuo sviluppa la sua persona e concorre al progresso materiale o spirituale della società” (art.4), ed affida al legislatore la cura di tale diritto-dovere.

Solidarietà, funzione sociale, interesse generale e tutela del lavoro travalicano abbondantemente i compiti di uno Stato nell’accezione “minimale” del Pdl mentre, per il Partito Democratico, costituiscono principi irrinunciabili (sebbene da aggiornare) in quanto assolvono al compito, stabilito all’art. 3 della Cost., di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione” alla vita politica, economica e sociale del Paese.

Non mancano quindi seri e profondi motivi di inquietudine in materia di condivisione dei principi della nostra democrazia e le ricorrenze istituzionali come il recente 25 Aprile (che ne celebrano i momenti fondativi) inevitabilmente li richiamano.

Questo clima di scontro delle principali forze politiche nazionali sugli istituti comuni della nostra democrazia alimenta una crescente disaffezione popolare, foriera di degenerazioni semplicistiche, qualunquiste se non autoritarie.

Ecco perchè bisogna reagire, ciascuno nel proprio ambito, in quanto tali eventualità negative non possono essere di interesse per nessun democratico, che sia di destra o di sinistra, e meno che mai lo possono essere per chi (come lo scrivente) ritenga la civiltà politica delineata nella nostra vigente Costituzione ben superiore a quella delle democrazie di tipo anglosassone!

Vincenzo Maodda

l'autore di questo articolo è Giuseppe Berretta. .

3 Commenti a “Una questione di democrazia”

  1. Vittorio Rodi il 2 maggio, 2009 alle 00:21 ha scritto:

    Io, in tutta onestà, da sinistra, dico chiaro e tondo che del 25 aprile ormai mi frega il giusto. E credo che la cosa sia diffusa in Italia.

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  2. Giuseppe Berretta il 2 maggio, 2009 alle 06:37 ha scritto:

    No, francamente, non la penso così, mio caro. Credo che il 25 Aprile sia ancora sentitissimo dagli italiani. Lo avverto chiaramente. Ognuno la pensi come meglio crede, ma non generalizziamo. E, soprattutto, non attribuiamo all’universo mondo percezioni personali.

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  3. Giuseppe Granata il 5 maggio, 2009 alle 22:22 ha scritto:

    E’ chiaro il tentativo di strumentalizzare il 25 aprile: così come si strumentalizza il terremoto in Abruzzo.
    E’ compito di coloro che ancora credono nei valori della giustizia e dell’onestà di fare in modo che il sacrificio dei Partigiani non venga mai dimenticato. Soprattutto adesso che l’attuazione dell’omologazione “piduista” sembra non incontrare ostacoli. Rileggendo la storia del 25 aprile dobbiamo innanzitutto resistere e imparare nuovamente a “parlare al popolo”: agli studenti, agli operai, ai precari, ai preti di periferia, ai pensionati, agli insegnanti, ai cassintegrati, ai giovani ricercatori,… Ma soprattutto alla gente comune, a chi “deve” vendere il proprio voto, a chi “deve” pagare il pizzo. A chi “deve” sottostare ai soprusi di chi vuole affossare la Democrazia.

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